Cammino spirituale, Commenti alle Scritture

Quando il cristiano medio usa il “non giudicare” a sproposito

Si perdonerà il titolo vagamente critico di questo intervento. Il fatto è che la cantilena del non giudicare ha assunto proporzioni bibliche (sicuramente in termini quantitativi, un po’ meno in termini qualitativi), e viene spesso citata a destra e a manca senza logica né criterio.

Intendiamoci. Gesù in persona ha pronunciato il famoso ammonimento “non giudicate” (Mt 7,1 – Lc 6, 37), e di certo non lo si deve ignorare.

Tuttavia per far corretto uso di questo importante comando è necessario, prima di tutto, capirne il vero significato. Cosa, ahinoi, sempre più rara. Vediamo allora di fare un po’ di chiarezza.

Il contesto

Si tenga presente, in primo luogo, che la frase pronunciata da Gesù non è semplicemente “non giudicate”, bensì non giudicate, per non essere giudicati, perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. (Matteo 7).

Già solo la frase completa (e non furbescamente tagliuzzata sino a ridurla a due parole fuori contesto), ci dà molte informazioni importanti sulla reale portata del non giudicare.

E, infatti, possiamo subito accorgerci di una piccola parolina di sole tre lettere, ma di importanza fondamentale. È per l’appunto quel “per” che sta ad indicare la ragione, lo scopo primario per cui esiste questo invito a non giudicare.

Non giudicare per non essere giudicati. In che senso?

Non certamente nel senso che chi non giudica può risparmiarsi il giudizio di Dio. Sappiamo bene che, ci piaccia o no, quel giudizio incomberà su tutti noi.

Gesù, a differenza nostra, è molto chiaro nel spiegare le cose. E quindi chiarisce che non giudicare per non essere giudicati non significa che ci si deve astenere aprioristicamente da qualsiasi giudizio.

Significa piuttosto non lasciarsi prendere da giudizi temerari, dalla malizia e dal sospetto infondato, dal desiderio di puntare il dito senza ragione: perché chi fa così, riceverà un giudizio commisurato. “Perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati.”

Inevitabilità del giudizio

Insomma, Dio tiene conto del nostro atteggiamento nei confronti del prossimo, della bontà delle nostre intenzioni. Siamo stati pazienti? Dio ne terrà conto. Siamo stati capaci di perdonare? Dio ne terrà conto nel momento in cui saremo noi ad aver bisogno del Suo perdono.

Allo stesso modo il Signore terrà presente se siamo stati vendicativi o spietati. Guarderà la misura che noi abbiamo adottato, e così ci misurerà. Come potremo implorare misericordia, se noi non siamo mai stati misericordiosi?

Abbiamo conferma di questo modo di operare di Dio guardando alla Parabola del servo spietato (Mt 18, 23-35).

Il servo, debitore di molto denaro, implora il suo Re di avere pazienza, e il Re, mosso a compassione, gli condona il debito. A sua volta, quel servo era creditore di un altro ma, anziché mostrarsi comprensivo verso costui, lo percuote e lo minaccia perché paghi immediatamente il debito.

Allora il suo signore gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito, perché tu me ne supplicasti; non dovevi anche tu aver pietà del tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?” E il suo signore, adirato, lo diede in mano degli aguzzini fino a quando non avesse pagato tutto quello che gli doveva. Così vi farà anche il Padre mio celeste, se ognuno di voi non perdona di cuore al proprio fratello.

Con questa visione ad ampio spettro possiamo comprendere come l’attenzione che ci viene richiesta nel formulare giudizi sia mirata a ricordarci che saremo a nostra volta giudicati. Il richiamo al non giudicare non è dunque una spinta ad allontanarsi dal giudizio, tutto il contrario! È un modo per sottolineare l’importanza, la cogenza, l’inevitabilità del giudizio medesimo.

Il giudizio giusto

L’Antico Testamento ci ricorda che l’uomo vede l’apparenza, mentre il Signore vede il cuore (1Sam 16). Non possiamo nascondergli nulla, neanche il più piccolo moto del nostro cuore.

Successivamente Gesù, nel Vangelo, ricorda che se l’occhio è l’impido, tutto il corpo sarà nella luce. Mentre se l’occhio è malato, tutto il corpo sarà tenebroso.

È un modo per dire che la limpidezza con cui guardiamo, la limpidezza del nostro cuore e dei nostri pensieri – e, dunque, dei nostri giudizi – si riflette su tutta la nostra persona.

La persona limpida si astiene dal giudicare le intenzioni degli altri, perché sa che solo il Signore conosce veramente i cuori; ma non si astiene dal giudicare la realtà, gli accadimenti, il male.

Qualcuno potrà rimanere sorpreso nell’apprendere che, nel Vangelo di Giovanni, è lo stesso Gesù ad esortarci a giudicare – si, a giudicare! – ma a farlo nel modo corretto:

Non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio!
Gv 7,24

Vediamo allora che c’è una grande differenza tra il proclamare un falso e peraltro impraticabile precetto – non giudicare! (mai, per nessun motivo, niente di niente) – e il vero insegnamento di Gesù, che è quello di essere giusti.

E non è giusto tacere davanti al male, nascondendosi dietro la patetica scusa del non poter giudicare. Anzi, un simile atteggiamento è a tutti gli effetti peccato: rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui (Lv 19, 17).

Non è giusto fingere di non vedere soprusi, scorrettezze, falsità, ingiustizie, sia su larga scala che, ancor di più, nella vita di tutti i giorni. Riconoscere queste cose non equivale a puntare il dito o vendicarsi o fare del male. Piuttosto, è un modo per essere vigili e ragionevoli, per sapersi difendere e per difendere altri quando necessario.

Soprattutto non possiamo permetterci l’errore – potenzialmente fatale – di traslare su Dio atteggiamenti nostri.

Perché dal pensare di non dover giudicare, al pensare che nemmeno Dio giudica, al pensare che il giudizio proprio non esista, il passo è veramente breve.

È lo stesso passo breve che passa tra il riconoscere che tutti siamo peccatori e arrivare a dire che il peccato non c’è.

Questi errori, frutto a volte di ignoranza, a volte di mala fede, a volte di ambedue le cose messe insieme, possono portare alla rovina della nostra anima, perché ci allontanano dalla verità.

La spiegazione di Sant’Agostino

Non giudicate per non essere giudicati, poiché secondo il giudizio con cui giudicherete, sarete pure giudicati. Saranno forse giudicati con lo stesso giudizio iniquo, col quale giudicheranno? Nemmeno per sogno. In Dio infatti non c’è neppure l’ombra d’ingiustizia.

Quindi l’espressione: Sarete giudicati secondo lo stesso giudizio con cui avrete giudicato vuol dire: “Sarete salvati per merito della stessa volontà con cui farete del bene, sarete puniti per colpa della volontà con cui avrete fatto del male”.

Sarebbe come se uno, condannato ad essere accecato per essersi servito degli occhi onde soddisfare la turpe sensualità, a ragione si sentisse dire: “Hai meritato il castigo negli stessi occhi con cui hai peccato”.

Poiché è del giudizio buono o cattivo dell’animo che ciascuno si serve per fare il bene o il male. Non è quindi ingiusto che sia pure giudicato in rapporto alla facoltà di cui si serve per giudicare (ossia deliberare), cioè che sconti la pena in proporzione al giudizio del proprio animo, soffrendo le pene che sono la conseguenza del suo animo che ha giudicato in modo malvagio. […]

Io non penso che ci sia ordinato altro in questa materia se non di giudicare in bene ciò che è dubbio.
Dio ci permette di giudicare ciò che non può partire da un’anima buona, come le bestemmie, gli oltraggi al pudore e altre cose simili.

Sant’Agostino di Ippona

Conclusione

  • non giudicare è un invito a non formulare giudizi temerari;
  • non possiamo conoscere, e quindi non possiamo giudicare, le intenzioni degli altri;
  • Gesù ci chiede di essere giusti nei nostri giudizi;
  • non giudicare non può mai essere una scusa per non prendere posizione contro il male.

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