Cammino spirituale

Cos’è la vera fede

Il cammino spirituale è fatto di tanti gradini e tanti stadi, ed è quindi di fondamentale importanza rendersi conto che non esiste un punto di arrivo nel quale è possibile fermarsi e dire “ecco, faccio già tutto ciò che devo, so tutto ciò che ho da sapere”.

Gli apostoli per tre anni hanno seguito Gesù e lo hanno visto fare miracoli, eppure nel momento della prova, quando Gesù viene catturato, fuggono e lo lasciano solo perché hanno paura.

Solo Giovanni (insieme a Maria e alle altre donne), spinto dall’amore, riuscirà a vincere il suo lato umano e a rimanere sotto la croce con Gesù.

Quegli stessi apostoli che sono fuggiti in occasione della Passione, sono tuttavia stati capaci, in seguito, di abbracciare con coraggio il martirio.

Cosa significa, dunque, avere fede?

Avere fede non è credere in Dio. Credere in Dio è il primissimo scalino, il punto minimo di partenza. Credere in Dio significa ammettere l’esistenza di un creatore, ritenere che il mondo non sia frutto del caso. Ma questa mera convinzione non provoca grossi cambiamenti nella nostra vita e spesso rimane un’idea incompiuta, un qualcosa che non entra nella nostra quotidianità.

Avere fede non è andare in Chiesa, pregare, compiere atti di devozione. Queste cose sono senz’altro fondamentali poiché senza di esse non si può intraprendere il percorso di fede. Sono strumenti necessari per conoscere ed amare Dio, per nutrire lo spirito, per ricevere le graze di cui abbiamo bisogno. Sono parte integrante della vita del cristiano e non possono essere trascurate.

Eppure, prese da sole, ancora non sono sufficienti.

Avere fede significa affidarsi.

È nel momento della prova che si misura la fede.

Avere fede significa amare Dio, amare Dio significa accogliere e mettere in pratica i suoi comandamenti (cfr. Gv 14, 21), ed accogliere i suoi comandamenti implica un atto di fiducia attraverso il quale capiamo che quei comandamenti sono la verità e sono il nostro vero bene.

Il Santo Curato d’Ars diceva che è con le battaglie contro le tentazioni che diamo prova a Dio del nostro amore.

Allo stesso modo, è con la fiducia con la quale ci affidiamo a Gesù nei momenti di sofferenza che diamo prova (a noi stessi in primis) di quanto è grande la nostra fede.

Affidarsi a Gesù significa mettere da parte tutte le paure e gli scrupoli umani ed essere veramente convinti che Lui si prenderà cura di noi e ci guiderà.

Significa rinunciare alla nostra volontà e ai nostri progetti per far spazio ai Suoi progetti, perché si è capito che Dio fa tutto solo ed esclusivamente per il nostro bene, per amore.

Non significa rimanere inerti e pigri in attesa che i nostri problemi vengano risolti dall’alto.

Si tratta, piuttosto, di fare tutto ciò che è umanamente possibile, e per il resto mettersi nelle mani di Dio con slancio. Se è Sua volontà che una cosa accada, accadrà. In caso contrario, saremo comunque protetti in altro modo.

Quanti esempi, nel Vangelo, di questa particolare cura che Dio ci promette!

Umanamente abbiamo paura di ridurci in miseria? Gesù ci dice: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? (Mt 6, 25-26).

Avere fede vuol dire credere sul serio a questa promessa. Non sono parole vuote, non è retorica! Dio veramente si prende cura di chi si affida a Lui! La vita dei santi lo testimonia. Essi hanno una fede tale per cui non temono povertà, solitudine, prigionia.

Non sono così impavidi perché non si interessano delle conseguenze di tali situazioni, o perché sono indifferenti al dolore. Il loro coraggio deriva da questa straordinaria fiducia in Gesù, per cui sanno con assoluta cerezza che, in un modo o nell’altro, interviene e dispone tutto nel migliore dei modi.

Gli atti degli apostoli narrano che San Paolo e Sila vengono catturati, picchiati e gettati in una cella. Chissà che dolore! E che fanno? Pregano.
Come probabilmente farebbero molti in una simile situazione.
Sennonché loro non si limitano a pregare. Che fanno, dunque? Cantano!

Ebbene si! Si mettono a cantare inni a Dio. Perché? Perché si fidano! Sono in prigione e pure malridotti; umanamente non c’è molto da fare. Ma non c’è nemmeno da cadere nella disperazione, perché il Dio che si preoccupa degli uccelli del cielo, si occuperà anche di loro.

E, infatti, a mezzanotte un terremoto fortissimo fa tremare le fondamenta della prigione e Paolo e Sila vengono liberati.

Questa è la fede!

Messi davanti al dolore, all’indecisione, all’amarezza, quando tutte le certezze vacillano e il futuro fa paura: è allora che si sperimenta la più grande prova della fede.

La fede che non è ripetere a nastro quelle solite frasi di circostanza del tipo “si vede che Dio ha voluto così”, o ancora “sarà quel che Dio vorrà”, senza però esserne davvero convinti, e anzi in cuor proprio struggersi, perdere il sonno, farsi divorare dalla rabbia, dalla paura e dall’angoscia perché le cose stanno andando diversamente da come avremmo voluto.

Queste sono reazioni umane. Comprensibili, naturali, a volte inevitabili, eppure indice di una fede ancora acerba, perché scaturiscono da un’anima che non ha imparato ad affidarsi.

È questo che intende Gesù, quando dice che dobbiamo essere come bambini. Il suo invito ad avere un cuore da fanciulli non è un invito ad essere semplicemente buoni (anche perché, per quanto piccoli, sappiamo bene che esistono anche bambini cattivi e dispettosi).

Cosa distingue il bambino dall’adulto? Il bambino si affida. Si getta tra le braccia della mamma e del papà con fiducia totale perché sa che i suoi genitori lo amano e lo proteggono. E come si commuovono, questa mamma e questo papà, quando il loro bambino indifeso corre da loro per ottenere sostegno.

Il bambino non dubita, neanche per un secondo, del loro amore.

E questo è ciò che Dio vorrebbe da noi: che lo amassimo con slancio filiale, senza dubitare, nemmeno per un secondo, del Suo grandissimo amore.

Noi, invece, spesso facciamo le cose a metà. Preghiamo, sì, ma per ottenere ciò che piace a noi, e se non lo riceviamo andiamo in crisi. Cerchiamo di seguire i comandamenti, ma con ipocrisia, cercando scappatoie, scuse, postille varie per giustificarci quando ci fa comodo fare di testa nostra.

In poche parole, non ci fidiamo di Dio.

Ma torniamo per un momento all’inizio del ragionamento, nella parte in cui il Vangelo ci dice che amare Dio significa seguire i suoi comandamenti. Alla luce di quanto detto sin ora, verrebbe da dire che tutta questa questione della fiducia sia un qualcosa in più, di non scritto.

Nei dieci comandamenti, d’altronde, non si legge (esplicitamente) nulla di simile.

Parlando di comandamenti, però, non ci si accende una lampadina?

Nel Vangelo leggiamo che un giovane incontra Gesù e gli chiede cosa sia necessario fare per ottenere la vita eterna. Gesù, allora, gli elenca i comandamenti da seguire, e il giovane risponde che tutte queste cose le osserva.

A questo punto Gesù avrebbe potuto complimentarsi con il ragazzo ed invitarlo a continuare così. E invece…invece no. Seguire i comandamenti è il punto di partenza, non quello di arrivo:

Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!»

Quel vendere ciò che si ha non è riferito solo ai beni materiali, bensì, in generale, a tutte le cose umane che ci appesantiscono: l’orgoglio, la superbia, l’amor proprio, le proprie convinzioni, tutto quello a cui siamo attaccati smodatamente, comprese le persone.

Spogliarsi in questo modo singnifica fidarsi veramente di Gesù e lasciare nelle Sue mani il nostro destino. A chi lo fa, la grande promessa:

«In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

Eccolo qui l’invito di Gesù a lasciare che sia lui a disporre di noi. Non è un comportamento da incoscienti. Già ora, in questo tempo, si riceve cento volte tanto. Molto più di quanto potremo mai ottenere arrangiandoci.

Come si fa?

Ovviamente questo modo di vivere la fede è facile a dirsi e molto meno a farsi.

Richiede un salto nel vuoto che mette paura e che viene frenato da tutte le nostre considerazioni umane.

Riuscire in questa impresa può richiedere tanto tempo, e ognuno ha il suo modo per arrivarci, in base alle diverse esperienze di vita e prove che ci vengono poste davanti.

Per comodità proviamo ad elencare e riassumere alcuni passaggi che, in genere, caratterizzano il percorso:

  1. coscienza della propria miseria: la virtù essenziale per progredire spiritualmente è l’umiltà, ossia la consapevolezza di essere un nulla rispetto a Dio, e che tutto viene da Lui. La ragione per cui è importante riconoscere la pripria miseria è evidente: se abbiamo troppa fiducia in noi stessi, vorremo fare di testa nostra e non riusciremo ad ascoltare Dio. Nel contempo, l’umiltà ci consente di rialzarci subito dalle cadute, mentre l’orgoglio e la stima di sé, non accettando di aver sbagliato, ci mantengono in uno stato di prostrazione e inutile rabbia.
  2. pazienza: è vero, c’è chi si converte dall’oggi al domani. Ma per la maggior parte delle persone il cammino spirituale consiste nel fare piccoli passi. Ciò che conta è metterci tutto l’impegno possibile e non abbattersi quando si sbaglia. Per il resto, come diceva San Francesco di Sales, la perseveranza vincerà tutto.
  3. seguire i comandamenti: come abbiamo visto, affidarsi a Dio richiede un passaggio ulteriore, ma ciò non toglie che prima di tutto occorre osservare la Parola di Dio. Può sembrare una precisazione superflua, ma in realtà accade di frequente che si seguano solo gli insegnamenti che fanno comodo e si trascurino gli altri. In alcuni casi ci si giustifica affermando che alcuni comandamenti sono impossibili da rispettare (ad esempio osservare la castità). In realtà non è così: è sempre Gesù che ribadisce che queste cose sono impossibili agli uomini, ma tutto è possibile a Dio. Se si prega con fudicia e con buona volontà, si otterrà da Dio la forza per osservare la Sua Legge, liberarsi dei vizi e vincere le tentazioni. Il Signore non chiede mai nulla di impossibile.
  4. credere nei miracoli: i miracoli esistono e Dio li compie ogni giorno, piccoli e grandi. Le Scritture sono costellate di racconti sui prodigi compiuti da Dio, la vita dei santi e la storia della Chiesa riportano infinite testimonianze in tal senso.
    Oggi è triste osservare che non si crede più nei miracoli. Si vive la fede come se Dio ci osservasse dall’alto senza fare nulla, promettendo gioie solo nella vita eterna, quando invece non vede l’ora che ci rivolgiamo a Lui per chiedergli aiuto qui e ora. Non solo nelle situaizoni più difficili come malattie e crisi familiari, ma anche e soprattutto nella quotidianità. Gesù ci può aiutare a vivere bene, a compiere il nostro dovere, a sopportare le piccole prove, a risolvere problemi. Basta chiedere e si vedranno i risultati. Riconoscere l’operato di Dio negli accadimenti della nostra vita di tutti i giorni alimenterà la fiducia.

Ricordiamo le parole di un grande santo:

Se noi stessimo uniti con la divina volontà in tutte le avversità, ci faremmo certamente santi, e saremmo i più felici del mondo.
Questa dunque deve essere tutta la nostra attenzione, il tenere unita la nostra volontà a quella di Dio in tutte le cose che ci succedono, o piacevoli o spiacevoli. Ci avverte lo Spirito Santo: non ti volgere ad ogni vento. Taluni fanno come le banderuole che si voltano secondo tira il vento; se il vento è prospero, come essi desiderano, si vedono tutti allegri e mansueti; ma se il vento è contrario, si vedono tutti mesti ed impazienti; e per ciò non si fanno santi, e fanno vita infelice, perché in questa vita assai più sono le cose avverse che le prospere ad accaderci.
Sant’Alfonso Maria de Liguori

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