Commenti alle Scritture, Sofferenza

Beati gli afflitti…

considerazioni sulla tristezza

Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

Come può chi si trova nell’afflizione essere beato? Un’affermazione simile pare quasi una presa in giro, un banale e inutile tentativo di consolazione.

Sembra la frase di chi non ha veramente idea di cosa sia la sofferenza.

Eppure sappiamo bene che invece Gesù conosce meglio di chiunque altro il dolore: lo ha provato, lacerante, sulla sua stessa carne.

Dolore morale per il tradimento, spirituale per la solitudine, materiale per le torture e la morte sulla Croce.

Chi sono gli afflitti?

L’afflizione di cui parla Gesù è l’afflizione dei peccati. Ecco che allora quel “beati gli afflitti” assume un significato spirituale tutto nuovo, ricco di speranza.

Gli afflitti sono coloro che si riconoscono miseri e bisognosi dell’aiuto di Dio. In questo modo ci si immerge nella vera fede, nel vero abbandono in Gesù: nella consapevolezza che da soli non si può fare nulla e che si ha bisogno di Dio (cfr. Gv 15,5).

Così commenta Sant’Agostino:

Chi pertanto riconosce di essere ora nella vera miseria, sarà poi nella vera felicità. E tuttavia, ora che sei misero, ascolta il Signore che dice: Beati coloro che piangono!”

“Comprendete – dice – ciò che intendo dire. Dico che sono beati coloro che piangono. Ma perché sono beati? Per ciò che sperano. Perché invece piangono? Per ciò che sono attualmente. (1)

L’afflitto è quindi colui che capisce il suo vero stato di peccatore e ne soffre, ma non si dispera: la speranza in Dio, anzi, si fortifica, si bea nella consolazione divina.

“Questa beatitudine non si addice a chi è nel peccato, né a chi si serve del male per governare la terra. Questa beatitudine, perché si compia, è necessario che si fondi su un cuore tutto avvolto dalla giustizia di Dio, dalla volontà di osservare i suoi comandamenti, dal desiderio dell’anima di non trasgredire mai la sua legge, anzi di fare del Vangelo lo stile della propria vita, anche se questo dovesse comportare l’estrema povertà, la miseria materiale, la schiavitù del corpo, l’asservimento ai grandi di questo mondo, l’essere vittima di ogni ingiustizia e di ogni peccato che si commette sulla terra.”

(Don Francesco Cristofaro)

Cos’è la tristezza?

Ma vediamo ancora di approfondire la tristezza.

Sant’Alfonso Rodriguez scrive uno splendido capitolo sui tipi di tristezza, sulla tristezza buona e sulla tristezza cattiva.

“San Basilio e San Leone dicono, e l’approva anche Cassiano, che visono due sorte di tristezza:

  • una mondana, che è quando l’uomo si rattrista di qualche cosa del mondo, come degli avvenimenti avversi e travigliosi; e questa dicono che deve essere lontana dai servi di Dio…dice San Paolo che non ci rattristiamo come gli infedeli, i quali non sperano altra vita; e che la tristezza sia moderata, consolandoci con l’averci tutti a rivedere presto in cielo con Dio.
  • una spirituale, e secondo Dio, e questa è buona e utile e conveniente ai servi di Dio. Questa, dicono San Basilio e Cassiano, si genera in quattro modi o da quattro cose:

1. Dai peccati che abbiamo commessi contro Dio. Il piangere l’uomo i suoi peccati e il rattristarsi e dolersi per aver offeso Dio, è tristezza molto buona e secondo Dio.

San Crisostomo fa una riflessione degna del suo ingegno: non vi è perdita alcuna nel mondo che si ristori con il dispiacere, con il dolore e con la tristezza, se non quella del peccato…solo la perdita che si fa con il peccato si ristora e si rimedia con la tristezza e con il dolore, onde questo solo dobbiamo piangere.

2. Dai peccati altrui, dal vedre che Dio è offeso e dispregiato, e che la sua legge è trasgredita. Questa ancora è buona tristezza, perché nasce da amore e zelo dell’nore e gloria di Dio e del bene delle anime.

3. Dal desiderio della perfezione, cioò dall’aver uno tanta ansia di camminare avanti alla perfezione, che sempre stiamo sospirando e piangendo, perché non siamo migliori, e più perfetti, conforme a quel che dice Cristo: Beati quelli che hanno fame e sete della virtù e della perfezione, perché essi saranno satollati, Dio adempirà i loro desideri.

4. Dalla contemplazione della gloria e dal desiderio di quei beni celesti, vedendosi esiliati da essi, e che vengono differiti.

Come si riconosce la tristezza buona e quella cattiva?

Cassiano mette i segni per riconoscere la tristezza buona, e secondo Dio, e la tristezza cattiva, del demonio:

la prima è ubbidiente, affabile, umile, mansueta, soave e paziente.
Nasce da amore di Dio, contiene in sé tutti i frutti dello Spirito Santo;

la tristezza cattiva, e del demonio, è aspra, impaziente, piena di rancore, di amarezza inutile, e che ci inclina alla diffidenza e alla disperazione, e ci ritira e ci rimuove da ogni cosa buona: e di più, questa tristezza non reca seco consolazione, né allegrezza alcuna.

Mentre la tristezza buona, e secondo Dio, dice Cassiano, è in certo modo allegra; reca con sé certe consolazione, certo conforto.(2)

La consolazione

La consolazione, per chi si afflige in tal modo, arriva prontamente: è la consolazione di Dio, quel gaudio dell’anima che si sperimenta quando ci si immerge nell’amore divino.

È consolazione perché si è consapevoli che Gesù ci è vicino e non ci abbandona, che vede il nostro dolore e perdona i peccati dei quali siamo pentiti.

È consolazione che diviene certezza, abbandono totale e grande, grandissima gioia.

(1) Commento al Salmo 85, Sant’Agostino di Ippona;
(2) Esercizio di perfezione e di Cristiane Virtù, Padre Alfonso Rodriguez;

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